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Citazioni I dolori del giovane Werther: le frasi più belle del romanzo epistolare di Goethe

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Citazioni I dolori del giovane Werther.

I dolori del giovane Werther è un romanzo epistolare che fu pubblicato da Johann Wolfgang von Goethe nel 1774. L’opera è considerata il simbolo del movimento dello Sturm und Drang, che anticipava molti temi che saranno poi propri del romanticismo tedesco. Il romanzo si articola in una serie di lettere che il protagonista, Werther per l’appunto, invia al suo amico Guglielmo nel periodo che va dal 4 maggio 1771 al 22 dicembre 1772. 

Essendo uno dei miei libri preferiti, ho raccolto in questo articolo alcune delle citazioni più famose e degne di nota, estrapolate dall’edizione edita Mondadori nella collana Oscar Classici del 1989, con un saggio di Thomas Mann.


Scheda del libro

I dolori del giovane Werther

Titolo: I dolori del giovane Werther
Autore: Johann Wolfgang von Goethe
Prima pubblicazione: 1774
Genere: Romanzo epistolare

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Citazioni

Certo, tu hai ragione, mio caro, ci sarebbero meno dolori fra gli uomini se essi – Dio sa perché sono fatti così – non s’industriassero con tanto zelo a rievocare i ricordi del male trascorso invece di sopportare un tollerabile presente.

E anche in questa piccola faccenda ho visto, amico mio, che i malintesi e la pigrizia fanno forse più scompigli nel mondo che la malafede e la malvagità.

Allora io mi piego di nuovo su me stesso, e trovo un Universo!

Così ci separammo senz’esserci capiti. Ma non è facile capirsi a questo mondo.

È certo che soltanto l’amore al mondo può rendere indispensabile una persona.

Ahimè, non sono le grandi, eccezionali catastrofi quelle che mi commuovono: le piene che travolgono i villaggi, i terremoti che ingoiano le città. Ciò che mi scava il cuore è questa forza di morte che sta nascosta nell’universa natura; la quale non ha generato nulla che non debba distruggere il suo prossimo e sé. Così, atterrito, barcollo.

Invano tendo le braccia verso di lei al mattino, quando mi desto da sogni opprimenti; invano la cerco nel mio letto la notte, se un beato innocente sogno m’ha illuso, quasi ch’io fossi accanto a lei sul prato e le tenessi la mano e la coprissi di mille baci. Ah, se allora, ancora nel vortice del sonno, brancolo verso di lei, e così mi sveglio, un fiume di lacrime mi prorompe dal cuore angustiato, e sconsolato piango il mio buio futuro.

Quando non abbiamo più noi stessi, tutto ci manca.

Da quando vengo sballottato ogni giorno in mezzo alla gente, e osservo quello che fanno e come se la cavano, me la passo meglio con me stesso. Certo, dal momento che siamo fatti a questo modo, che mettiamo ogni cosa in rapporto a noi stessi e noi stessi a ogni cosa, la felicità o l’infelicità è nel modo con cui pratichiamo; e perciò il pericolo peggiore è l’isolamento. La nostra immaginazione spinta dalla sua propria natura a elevarsi, e nutrita di fantasmi poetici, si costruisce una scala di essere superiori, fra i quali noi occupiamo l’infimo grado; e ogni cosa fuori di noi ci appare più nobile, ogni altra persona ci pare più perfetta…

Non c’è gioia così pura, così calda nella vita, come quando si trova un’anima grande che sinceramente ci si svela.

È vero che ogni giorno più m’avvedo, mio caro, quanto sia stolto giudicare gli altri sulle nostre misure. E, poiché ho troppo da fare con me stesso e il mio cuore è così tempestoso, oh se lascerei andar gli altri per la loro strada purché permettessero a me di andare per la mia! Ciò che più mi tormenta sono le maledette relazioni sociali.

Io non so veramente perché mi alzi né perché vada a dormire. Il lievito, che altra volta metteva in moto la mia vita, manca; non c’è più l’incanto che mi teneva desto fin nel cuor della notte, che la mattina mi chiamava dal sonno.

La pace dell’anima è una splendida cosa, è la Felicità perfetta. Peccato, amico caro, che sia una gemma tanto fragile quanto è bella e preziosa!

Ero sconvolto e sono ancora, dentro di me, furente. Vorrei che qualcuno si attentasse di parlarmi in faccia, ch’io gli potessi cacciar la spada in corpo. Vedendo sangue mi sentirei meglio. Ah! cento volte ho afferrato un pugnale per dar respiro a questo cuore oppresso. Si narra di una nobile razza di cavalli, che quando sono atrocemente infocati, aizzati, si addentano da sé per istinto una vena, per cercare respiro. Così mi sento io spesso; vorrei aprirmi una vena; e procurarmi l’eterna libertà.

Sì certo, io sono un viandante, un pellegrino sulla terra. E che siete di meglio, voi?

E io rido del mio cuore… e faccio la sua volontà.

Non è così solamente per me. Tutti vengono delusi nelle speranze, ingannati in quello che aspettano.

E allora vo dietro alla chimera, finché essa mi conduce all’orlo di precipizi da cui arretro tremando.

Verrebbe voglia d’ammattire quando si pensa che ci debba essere gente senza comprensione e sentimento per le poche cose che hanno ancora un pregio sulla terra.

Ah, questo vuoto! quest’orribile vuoto che sento qui nel petto! Spesso penso: se tu potessi stringerla una volta, una sola volta al tuo cuore, tutto questo vuoto sarebbe colmato.

Ho tante cose, e il sentimento per lei assorbe tutte; ho tante cose, e senza lei tutto mi è nulla.

Se il calice fu troppo amaro all’umano labbro del Dio del cielo, perché devo io millantare e fingere che a me sia dolce? io vergognarmi? in questo spaventoso istante che tutto in me trema fra essere e non essere e il passato guizza come un baleno sull’abisso tenebroso del futuro e tutto sprofonda intorno a me, e con me naufraga l’universo?

E vo sottilizzando sulle mie pene; se mi lasciassi andare, verrebbe fuori tutta una litania di antitesi.

È tanto grave il peso ch’io devo sopportare. Ah, davvero altri prima di me furono tanto infelici?

Chi mai è l’uomo, il celebrato semidio! Non gli vengono a mancare le forze appunto quando ne avrebbe più bisogno? Sia che voli nella gioia o che precipiti nel dolore non viene ugualmente trattenuto e riportato alla piatta gelida consapevolezza, proprio quando anelava di smarrirsi nella plenitudine dell’Infinito?

Talvolta un non so che mi afferra: non è angoscia, non è brama… ma un intimo sconosciuto tumulto che minaccia di lacerarmi il petto, che mi serra la gola. Ahimè! ahimè! E allora vado errando nelle paurose scene notturne di questa stagione crudele.

Alzare il sipario, e passare di là! questo è tutto! e perché la perplessità, lo sgomento? forse perché non sappiamo che cosa ci aspetti di là? perché non se ne ritorna? Così dunque è fatta la mente umana, che laddove non sa nulla di certo, non sappia immaginare se non caos e tenebra!

Ho veduto morire più d’uno; ma la natura umana è così limitata che non può comprendere né il principio né la fine della sua esistenza.


L’autore

Johann Wolfgang von Goehte

Johann Wolfgang von Goethe nacque il 28 agosto del 1749 a Francoforte sul Meno in Germania. Scrittore, poeta e drammaturgo tedesco, è considerato uno dei personaggi più rappresentativi del panorama culturale europeo. La sua attività fu rivolta principalmente alla poesia, al dramma, alla letteratura e alle scienze, ma fu anche prolifico nelle arti, soprattutto pittura e musica. Viaggiò moltissimo durante la sua vita ed è considerato l’inventore del concetto di Weltliteratur (letteratura mondiale), che stabilisce la presenza di linee comuni che legano inseparabilmente le varie letterature nazionali. Tra le sue opere più note: Faust, I dolori del giovane Werther, Le affinità elettive, Urfaust, Viaggio in Italia. Morì il 22 marzo del 1832 a Weimar per un attacco cardiaco.


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Stefania

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