L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud

Recensione con approfondimento del romanzo fantasy L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud. Articolo a cura di Isabella Sanfilippo.


Recensione

Titolo: L’amuleto di Samarcanda
Autore: Jonathan Stroud
Editore: Salani
Anno: 2004
Genere: Narrativa fantastica
Pagine: 449

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Primo romanzo di una trilogia, L’amuleto di Samarcanda di Jonathan Stroud colpisce per la fluidità e per la psicologia dei personaggi. Sebbene sia un libro scritto da un giovane autore e il numero di pagine contenuto, non la ritengo una lettura solo per ragazzini, tutt’altro.

Si parla di una Londra cupa, in una società dove la magia è parte della quotidianità, riconosciuta e impiegata regolarmente. Per certi versi cerchiamo di immaginare il mondo di Harry Potter, ma quello magico e più oscuro, dove è il popolo comune a esser governato dai maghi.

È davvero interessante come Stroud abbia organizzato e pensato le fattezze della società che mi ricorda quasi una Gotham, ma soprattutto come abbia delineato i tratti del protagonista. Nathaniel è un apprendista mago di dodici anni caratterizzato dall’ambizione e dalla vendetta. Egli darà inizio a una serie di eventi a partire dall’insolito rapporto di assoluta diffidenza intessuto con il jinn che ha evocato, Bartimeus.

Sarà lui che dovrà impossessarsi dell’Amuleto di Samarcanda, impresa che lo porterà a confrontarsi con altre creature e jinn di altri padroni, uno fra tutti il nemico giurato di Nathaniel, Simon Lovelace.

Ho amato molto leggere personalità controtendenti rispetto a ciò che potrei trovare nella maggioranza del panorama librario. Tradimenti e ambizione ad opera di un giovanissimo e la stuzzicante dialettica del jinn, vero protagonista dell’intera trilogia che mette in ombra persino il mitico oggetto del desiderio, l’amuleto.

Nota bene: Cronologicamente alla storia, l’ordine di lettura della trilogia prevedrebbe L’Anello di Salomone e successivamente L’Amuleto di Samarcanda seguito da L’occhio del Golem, nonostante siano stati scritti in ordini differenti. 

Personalmente, li ho letti seguendo l’ordine di uscita dalla Salani con L’Amuleto di Samarcanda per primo e trovo che sia corretto, dato che L’Anello di Salomone non contiene elementi indispensabili alla lettura del successivo.

I miei appunti

Samarcanda o Marakanda

Capitale della Sogdiana la regione più settentrionale dell’impero persiano e di Alessandro Magno, Samarcanda tramanda le prime tracce delle sue origini nel IV sec. a.C. Un fortissimo influsso investe la città, ma non è quello arabo come si può pensare, bensì sarà l’Impero Cinese a trasmettere una delle più antiche e misteriose arti: quella della carta.

La ricetta della carta di seta cinese, per centinaia di anni rimasta gelosamente custodita, venne rivelata secondo alcuni racconti, dopo la sconfitta degli invasori asiatici. Tra i prigionieri vi erano degli artigiani che fecero di tutto per farsi risparmiare la vita, svelando così il prezioso segreto.

“Drinking Tea” collezione di Yinzhen’s Twelve Ladies, Palace Museum (Leitzu)

Nel VII secolo, la corteccia interna delle piante di gelso che crescono in tutta la Sogdiana viene lavorata dagli stessi artigiani cinesi, messi al lavoro per produrre questa magnifica carta, la migliore di tutto il mondo secondo molte testimonianze. 

In verità la carta cinese era già in circolazione da molti anni, ma fu a Samarcanda che venne modificato e aggiornato il processo di produzione. Utilizzando non solo fibre vegetali grezze, ma anche stracci già lavorati, diedero il via alla diffusione del procedimento verso Ovest e all’inevitabile abbandono in pochi anni di papiro e pergamena.

“Il libro asiatico” di Carlo Pastena.

Il gelso: padre della carta e madre della seta.

La leggendaria Madre del Baco da Seta

“Si narra che Xi Lingshi giovanissima moglie dell’Imperatore Giallo, Primo dei Cinque e fondatore della civiltà cinese nel lontano 2600 a.C., prendendo il suo tè in giardino sotto un albero di gelso, vide cadergli nella tazza calda che teneva tra le mani un bozzolo bianco.

Mentre lo toglieva per gettarlo via, si accorse del filamento che si dipanava dal bozzolo: credendo quindi di poterne ricavare uno stupendo materiale luccicante creò il primo telaio per tessere questo filo sottilissimo e tutte le sue arti di lavorazione.

Xi Lingshi fu la prima sericultrice e la sua abilità e intraprendenza fu tale che entrò di fatto nel pantheon delle divinità cinesi con il nome di Can Nai Nai.”


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